«La Svizzera ha subito una totale perdita di fiducia»
Con l’aggressione Russa all’Ucraina la guerra ha fatto ritorno in Europa. Il Presidente USA chiede all’Europa un maggior impegno per la difesa. A tutt’oggi l’Europa Unita investe miliardi per gli armamenti. E la Svizzera? Peter Huber, investitore dalla lunga esperienza nell’industria della difesa nell’intervista parla dell’esodo dell’industria d’armamento svizzera, dei bisogni di investire nell’Esercito, la passività della politica e le conseguenze per la sicurezza del Paese.
Intervista di Michael Perricone
Capo dipartimento alla Newsroom & Politik Swissmem
Traduzione Carlo Spinelli
Michael Perricone: Peter Huber, tu sei un trafficante d’armi. Questo termine ti dà fastidio?
Peter Huber: No assolutamente. Questo è unicamente un concetto di combattimento. Chi lo usa non capisce nulla dell’industria.
Che cosa fai esattamente?
Sono attivo alla Systems Assembling AG e non realizziamo armi. Realizziamo differenti apparecchi, computer, cavi e bobine. Essi vengono applicati nell’industria dei medicinali e anche installati in sistemi d’arma.
Al momento l’UE mobilita centinaia di miliardi di Euro per gli armamenti. La Polonia investe per la difesa il 5% delle sue uscite. Si ha l’impressione che ci si prepari alla guerra. In Europa molti temono oltretutto un conflitto atomico. Tutto questo ti preoccupa?
Sì certamente. In ogni caso se la deterrenza dimostra debolezze, di certo il rischio di una escalation aumenta. La storia lo ha sempre confermato. Dove c’è un vuoto di potere prima o dopo qualcuno lo occupa.
L’industria tecnologica svizzera produce anche armamenti. Per esempio pistole e veicoli blindati. Che cosa produce l’industria d’armamento?
Sono diverse le aziende che producono in forma mista. Producono merce per l’industria d’armamento e per l’impiego civile. Prodotti che con poche modifiche diventano prodotti per il militare.
L’industria svizzera d’armamento in questi ultimi 30 anni ha subito un «disarmo». Aziende di proprietà della Confederazione sono state vendute ad imprenditori esteri. La Svizzera dispone ancora di una propria industria d’armamento?
Qui rispondo chiaramente no.
Quindi in Svizzera nessuna industria d’armamento. Stai dicendo che non ne esite più?
Ci sono cose in produzione. Ma non abbiamo più un prodotto totalmente sviluppato ed assemblato nel nostro paese. In Svizzera abbiamo degli ambienti contrari agli armamenti. E noi abbiamo incertezze di carattere legale. Ho lavorato a lungo per il gruppo Inglese Aerospace & Defence, diviso per il 70% per il civile ed il 30% per l’armamento. Per investimenti in armamenti di portata rilevante già a partire dagli anni 2000 non hanno più preso la Svizzera in considerazione.
Malgrado l’elevato livello di capacità tecnologiche della Svizzera?
Sì, ma non servono a nulla se non puoi esportare il prodotto ed il mercato Svizzero si avvicina allo zero.
Si potrebbe dire che la Svizzera non deve fabbricare i propri armamenti, ma acquistarli all’estero.
Si. Questa è una possibilità – con però due svantaggi. Il primo sono i costi: tu devi anche valutare quanto mi necessita in riserva. E se dovesse «scoppiare», un rifornimento è garantito? Quanto devi avere in parti di ricambio e quanta munizione? Cosa devi poter riparare autonomamente, ecc., ecc., ecc. Tutto questo aumenta i costi. Il secondo svantaggio sta nel fatto che non hai alcuna riserva in deposito. In caso di crisi i costruttori guardano in primis ed in modo celere al proprio paese. Questo lo abbiamo vissuto in occasione del Covid. Per contro sé produciamo noi il necessario siamo indipendenti. Nel commercio internazionale questa è sempre la soluzione migliore. Chi non ha una propria industria d’armamento non potrà condurre trattative in quanto non ha nulla da offrire. Per esempio, la munizione, quando viene a mancare tutti ne vogliono.
Per quanto concerne armamenti, già adesso la Svizzera viene scartata: la Germania non vuole più acquistare da noi.
Il motto che al momento sta facendo il giro dell’Europa è, «swiss free»: nessun prodotto bellico prodotto in Svizzera. Gli altri Stati non intendono dipendere da quanto a Berna vien deciso l’indomani. Nell’industria ci vogliono fornitori in grado di fornire un prodotto per almeno 30 anni. La Svizzera soffre al momento di una totale mancanza di fiducia. Siamo percepiti anche dal lato giuridico come incerti.
Per questo motivo le aziende svizzere traferiscono all’estero la loro produzione di armi?
Si, al momento è così. In questa industria conosco numerosi attori e quasi tutti hanno traslocato all’estero.
La legge sul materiale da guerra vieta l’acquisizione di armi da parte di clienti intenzionati in seguito a rivendere prodotti svizzeri. Il Consiglio federale ha inoltre applicato altre restrizioni in relazione al conflitto in corso in Ucraina.
Un caso è quello delle munizioni che i tedeschi hanno acquistato per il carro Gepard. Han fatto seguito il caso con la Spagna con i cannoni DCA e poi i veicoli blindati della Mowag. Gli Stati hanno adesso realizzato: con i prodotti svizzeri abbiamo un problema. Non vogliono acquistare armamenti ed essere dipendenti dalla politica della Svizzera.
Alla fine, anche noi necessitiamo del necessario per il nostro esercito. A Berna viene fortemente sostenuto quanto dovrebbe o deve costare. Swissmem chiede di aumentare le spese per l’armamento dallo 0,7% all’1% del PIL.
Si potrebbe una volta iniziare con il 2% della NATO. Ma con un 2% non formi un esercito. Al massimo lo mantieni. Per questo attualmente si parla del 3 fino al 5%. Trump dice 5%.
Da noi si parla dell’1% del PIL.
Al momento siamo allo 0,7%. Confrontati con altri paesi siamo superiori in quanto il nostro esercito di milizia in buona parte viene pagato tramite gli stipendi dell’industria privata. In altri paesi dove tutto vien pagato dallo Stato questo non vien considerato. Quindi probabilmente siamo già all’1%. Tutto questo non è comunque sufficiente per poter riassestare in tempi ragionevoli il nostro esercito.
Due esempi: invece di 36 aerei F-35 ne necessiterebbero 72. Il Divisionario Claude Meier ha citato questo nel suo rapporto di 300 pagine. Il nostro sistema di DCA Patriot copre 14’000 km quadrati. I colleghi romandi me l’hanno già chiesto; dove posizionarlo? A Zurigo o in Romandia? L’1% del PIL non basta!
C’è abbastanza materiale? Tutti vogliono acquistare adesso.
Per principio siamo in ritardo. Adesso è un mercato di vendite. Lo si nota in casi di merce ordinata in Germania; ci hanno rimandati. La Svizzera la riceverà dopo che gli altri saranno serviti.
Stefan Brubpacher direttore di Swissmem appoggia la proposta del Consigliere agli Stati Würth di aumentare l’IVA dello 0,9%; per l’Esercito e per la 13esima rendita AVS.
La proposta non mi entusiasma molto. Limitata a cinque anni non è una soluzione valida.
Trattasi appunto del politicamente fattibile.
Con un budget di 90 miliardi abbiamo sicuramente la possibilità di ridurre altre uscite. Ma il problema principale sta nel fatto che il tutto va alla lunga. Il treno è partito.
Questo suona assai pessimistico.
Si, pessimistico per la Svizzera. Al momento ci troviamo in una situazione scomoda.
Noi svizzeri siamo circondati da paesi NATO, Austria esclusa. Molti pensano che a noi non possa succedere nulla.
Questo è esattamente ciò che pensa l’ambasciatore USA quando parla del buco nella ciambella. Tuttavia, la ciambella è composta principalmente da americani. Se non fossero presenti in Europa, non avremmo più la ciambella attorno a noi. L’esercito tedesco (Bundeswehr) non è messo meglio del nostro.
Quali sono le tue esperienze con le persone degli Stati dell’UE attive nell’industria e nella politica? Come vedono la Svizzera oggi?
Come un cavaliere libero. Nell’UE al momento vige un ripensamento che in alcuni casi oltrepassa persino le divisioni ideologiche. Da noi non ancora stabilito.
Credi che la nostra politica resisterà ai tempi che cambiano?
No, non proprio. Credo che sia in parte insito nel sistema. La nostra Confederazione ci ha abituato a gestire i cambiamenti. Ma il pensiero strategico e la leadership sono meno richiesti. Un altro fattore da considerare è il lungo processo decisionale democratico.
Peter, ultima domanda. All’inizio ti ho descritto come un commerciante d’armi. Tutto questo per provocarti. Credi che un momento o l’altro avremo un mondo senza armi?
Per questo non esiste nessuna evidenza storica. Lo speriamo tutti, ma questo di sicuro è ancora molto lontano. Purtroppo al momento il mondo si sta muovendo nell’altra direzione. ■ (Foto: Peter Huber, Presidente del Consiglio d’amministrazione della Systems Assembling SA, su Tec Talk di Swissmem.) (Foto: Swissmem)
